p. Mauro Armanino

 

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email del 18.01.2019  da p. Mauro Armanino, Niamey

Conte-stare la narrazione occidentale del Sahel

Ha soggiornato 24 ore a Niamey e poi è partito per N’Djamena, la capitale del Ciad. Prima di Conte erano già passati da queste parti Paolo Gentiloni, Federica Mogherini, Angela Merkel, Emmanuele Macron e molti alti funzionari dell’Occidente. Il primo ministro Conte ha confermato, nel breve e inoffensivo soggiorno a Niamey, la narrazione che, senza colpo ferire, è assunta come l’unica possibile. Per lui come per altri prima di lui, ci si ostina a recitare un’unica Conte-stabile narrazione che si spaccia per autentica. Non si sbagliava George Orwell quando, nel suo noto romanzo ‘1984’, affermava che, nel sistema totalitario che dipinge, la menzogna diventava verità e passava alla storia. Di certo l’autore non conosceva il Sahel e non poteva immaginare che qui la storia è   raccontata solo dalla sabbia. Lo stesso ha fatto Conte che liquida in 24 ore la complessità e i drammi di cui il Niger e il Sahel incarnano l’attualità. L’ignoranza è forza, dice Orwell nel libro menzionato.

Che l’ignoranza è forza è uno degli slogan del libro incisi sulla facciata del ‘ministero della verità’ che non è altro che sabbia buttata alla rinfusa nelle diplomazie di 24 ore. Solo l’ignoranza di ciò che da anni si vive nel Sahel può spingere a credere che il problema principale sia quello del controllo dei migranti o del terrorismo djihadista. L’edificio del ‘ministero della verità’, diffuso in buona parte dei Parlamenti del Sahel, è lo specchio di quanto l’Occidente desideri vedere e accettare dai dirigenti africani. Fossimo davvero interessati ad evitare i migranti morti nel deserto del Sahara e nel mare, come riaffermato durante la visita di Conte, non lasceremmo colare a picco le politiche che li escludono e li criminalizzano. Solo l’ignoranza utilizza la forza per affermare la verità delle cose che nella sabbia del Sahel cambia secondo le circostanze. Gli uni e gli altri sanno bene che l’interesse portato alle vite umane è un pretesto del denaro che i paesi europei versano nelle mani dello Stato.

La guerra è pace. Un altro degli slogan del libro e di coloro che hanno accompagnato il viaggio e gli incontri bilaterali di Conte e del suo seguito diplomatico. Sconfessando il recente anniversario della promulgazione della Carta Costituzionale, l’Italia si conferma un Paese guerrafondaio. L’esportazione di armi, di personale per la formazione e la prossima base militare nel Niger confortano questa inedita posizione nel Sahel. Variegati i progetti evidenziati dal discorso presidenziale a Conte che spaziano dall’ ambito agricolo alla formazione professionale, delle infrastrutture all’acqua, dalla salute all’autonomia delle donne. L’unità di interessi culmina nell’impegno alla lotta contro il terrorismo e le organizzazioni criminali, specie quelle che operano nell’ambito della tratta dei migranti. Quest’ultimo punto è enfatizzato da chi ha, da tempo, messo in vendita il Paese.

La libertà è schiavitù,  il terzo slogan del sistema dittatoriale illustrato da Orwell, si conferma pure nel Sahel. La mobilità, segno di libertà e dignità umana, è affidata al controllo e all’esperienza della sabbia. Ci si vanta di aver ridotto, mutilato e confiscato i sogni di 150 mila giovani che transitavano nel Paese per cercare altrove il futuro desiderato. Ora gli organismi e le autorità parlano di ‘appena’ 10 mila migranti in transito. Un successo per la schiavitù del pensiero e della narrazione dominante. E  a noi qui, da anni ambasciatori della Costituzione tradita da Conte e dalle politiche, nelle sue 24 ore di soggiorno, non è stata data la parola. Qui non abbiamo bisogno di soldi ma di rispetto. Per questo continueremo a conte-stare la narrazione che falsifica la storia e calpesta i volti di sabbia del Sahel.

Mauro Armanino, Niamey, gennaio 2019

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email del 12.01.2019  da p. Mauro Armanino, Niamey

                                 Sparizioni forzate e sparizioni programmate nel Sahel

Anche Luca Tacchetto, con l’amica Edith, la macchina e il presunto invito a cena sono spariti nel vicino Burkina Faso da quasi un mese. Quanto a Pierluigi Maccalli i mesi passati dalla sua sparizione dal Niger sono ormai quattro. Di loro non è difficile ricordare i nomi. Più complicato è invece conoscerli per le quindici ragazze rapite nei pressi del villaggio di Toumour nella zona di Diffa, sul lago Tchad. Ancora peggio per le trentanove persone scomparse in circostanze simili nei dintorni della stessa regione da due anni. La lista dei nomi non interessa a nessuno e i pochi tentativi di rendere pubblico l’avvenimento non ha sortito l’effetto sperato. Da queste parti si sparisce da un giorno all’altro senza lasciare traccia. Poco importa trovarsi all’epoca dei controlli e delle comunicazioni globali. Le sparizioni forzate nel Sahel non ci sono nuove. Col tempo ci siamo abituati, non senza qualche resistenza, a sparire da un giorno all’altro nel nulla, anzi nella polvere del vento.

Dell’umanitario tedesco, il cui nome non appare nelle notizie, sparito dall’undici di aprile dell’anno scorso non ci sono notizie. Lo stesso accade per l’ostaggio americano, un certo Jeffery Woodke, portato via da casa, a Abalak nei pressi di Tahoua, dal 14 di ottobre del 2016. In quella circostanza un soldato e un addetto alla sicurezza, entrambi nigerini, sono stati uccisi. Quanto ai loro nomi pochi o nessuno li ha presi in considerazione, spariti anch’essi, come molti altri. Sgradevole a dirsi ma è bene essere onesti fin quanto è possibile. In fondo, qui più che forse altrove, ci hanno abituato alle sparizioni della gente e delle cose. Le sparizioni di queste ultime sono le più facili e le più evidenti da notare. Dall’uranio al petrolio, passando per l’oro, i diamanti, i fosfati, la bauxite, il plutonio, il manganese, il cobalto, il petrolio e il gaz naturale. Tutto sparisce e se ne va via. La graduale sparizione dei migranti si inserisce in questo ambito, trattandosi di una ‘risorsa naturale’ del Sahel.

Ci hanno educato, non senza sforzo, ad abituarci alle sparizioni. Da quelle forzate a quelle programmate il passo è meno complicato di quello che potrebbe apparire a prima vista. Se ne sono andati, in un tempo relativamente breve, i diritti umani fondamentali. Quello alla vita, al nutrimento, all’acqua potabile, all’educazione, alla casa e al lavoro. Il diritto di parola, di pensiero e di manifestare entrambi sulle strade quando gli altri luoghi sono intasati dal potere dominante. La giustizia ha fatto una fine abbastanza simile. E’ stata sottratta profittando della distrazione di coloro che avrebbero dovuto custodirla come preziosa conquista dell’Indipendenza. Assieme alla dignità sono state le perdite meno notate e anche per questo più pericolose. Quanto alle persone, c’era da aspettarselo, la loro sparizione è più difficile a constatare perchè a sparire sono loro, gli invisibili. Per questo è opera improba nominarli, o semplicemente elencarli. Gli invisibili formano il popolo del Sahel.

Passano ogni mattina sulle strade di Niamey e in altre città del Sahel. Sono bambini e portano al collo una ciotola metallica attaccata ad un filo, proprio come la loro vita. Nessuno li nota se non il venerdì, giorno ufficiale dell’elemosina per chi prega o chi si astiene di pregare. Come invisibili sono i figli dei contadini, la maggioranza del Paese, che non si trovano da nessuna parte. Che migliaia non abbiano scuole, cibo sufficiente, carente o inesistente assistenza sanitaria e condizioni di vita decenti, non importa a nessuno. Sono invisibili come i giovani che a migliaia lavorano nel mercato informale delle città e non possono sposarsi perchè mancano loro i soldi per la dote. Oppure le ragazze che si pagano gli studi e lo stile di vita occidentalizzato con incursioni notturne in compiacenti hotel ad ore. Scomparsi o quasi sono i lavoratori domestici e le bambine tuttofare disseminate e ben nascoste nei cortili delle case. Invisibili, nella case a loro destinate in città, i rifugiati sottratti alle torture in Libia

Nulla da eccepire. A questo punto c’è solo da stupirsi se ci troviamo ancora qui, visibili e presenti come polvere che il vento accarezza. Per fortuna c’è il fiume Niger al quale, senza nessuna giustificazione, non manca mai l’acqua.

Mauro Armanino, Niamey, gennaio 2019

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email del 05.01.2019  da p. Mauro Armanino, Niamey

Al Dio sconosciuto. Il Fuoco e i Migranti Perduti

Oggi farò una rivoluzione da solo. Benvenuti coloro che mi seguiranno. Mi immolerò nel fuoco. Se qualcuno troverà lavoro allora il mio gesto non sarà stato inutile. Da otto anni ci hanno fatto promesse menzognere. Io non appartengo a nessun partito politico. Voi dimenticate i senza lavoro e assumete chi già possiede il necessario. Qui c’è gente che non ha nulla. Nel Paese ci sono regioni relegate ai margini. C’è gente che vive ma che in realtà è già morta. Perchè dovrei attendere fino a gennaio, febbraio oppure fino a marzo?

Smettiamola per una buona volta. Fossimo seri non ci sarebbe proprio nulla da festeggiare di questi tempi e non è certo andasse meglio in quelli trascorsi. Festeggiare un anno che passa o un natale che viene senza di noi non ha senso. Meglio scendere alla prima fermata del treno che non va da nessuna parte. All’insaputa dei potenti e dei distratti l’unico anniversario che dovremmo festeggiare è già passato e pochi se ne sono accorti. Poi, senza preavviso, accade quello che non dovrebbe mai succedere in questo mondo. Il testamento che il giornalista tunisino Abderrazak Zorgui ha lasciato scritto prima di immolarsi nel fuoco lo ricorda. Le parole sopra riportate ne sono un estratto.

Il senso del nome del giornalista, Abderrazak, significa ‘servitore di Colui che provvede’ e il suo ultimo scritto è un grido buttato nel fuoco a Kasserine in Tunisia. L’ultima rivolta nello stesso Paese era nata in circostanze simili. Le rivoluzioni tradite si trasformano presto in cimiteri di cenere e sabbia. In quest’ultima si pensa che i morti negli anni passati siano stati senza numero. Il progetto ‘Missing Migrants’ (Migranti Perduti) attesta la morte nel continente africano, nei vari transiti e frontiere, di 6 mila 615 migranti. Per l’anno scorso, nel nostro continente, si sono contati mille 386 decessi e questo fa dell’Africa il continente più mortale per i migranti. Immolati alla sabbia, ai sassi, alle malattie e soprattutto alle politiche.

Finiamola se ancora siamo in tempo. Fossimo in ascolto della sofferenza del mondo avremmo da tempo cambiato il tipo di festa. I morti nel mare dell’anno appena trascorso sono stati stimati ad almeno 2 mila e 260. Questo assicura al Mediterraneo il triste primato di essere il mare più mortale del mondo. Più morti dell’anno precedente malgrado ci siano state meno traversate del mare. Conseguenza delle scelte politiche dell’Europa dove si pagano gli aguzzini perchè in Libia facciano bene il lavoro a loro richiesto. Arrestare, detenere, vendere, torturare e infine buttare a mare prima che sia troppo tardi. Non lo si voleva sapere perchè solo si vede ciò che importa vedere. Esattamente come i campi di concentramento nazisti o la ‘soluzione finale’ degli ebrei col genocidio annunciato. Chi sapeva non parlava.

Come per non lasciare dubbi in proposito, ancora l’Europa, ha stanziato qualcosa come 41, 7 milioni di euro allo stato del Niger a fine dicembre 2018. Il tema del controllo migratorio e della sicurezza alle frontier è al cuore delle prerogative europee. Gli altri interessi sono subalterni al principale citato. Consolidare lo Stato, riforme, politiche dell’educazione e la sicurezza alimentare completano il panorama dei progetti da finanziare in fretta. Detto versamento completa quanto già effettuato a suo tempo che porta ad un totale di 92, 7 i milioni di euro sbloccati. Ormai più nessuno oserebbe negare che le migrazioni siano il business più redditizio del Paese in questione.

La vera festa, superstite del naufragio, comincerà il giorno nel quale si apriranno gli occhi dei ciechi, le orecchie dei sordi e il Dio che provvede troverà dei bambini con cui giocare.

Mauro Armanino, Niamey, gennaio 2019

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email del 28.12.2018  da p. Mauro Armanino, Niamey

                                         Lottare contro la ricchezza. Eresie dal Sahel

Anno nuovo vita nuova. Un detto del tutto inconsistente se messo in relazione alle contraddizioni del Sahel terreno di caccia per imprese umanitarie in cerca di bottino. Proprio come le Grandi Agenzie di Riproduzione del Sistema che hanno volgarizzato da anni il dogma samaritano della ‘lotta alla povertà’. Presentata come l’unica e definitiva battaglia che accomuna ricchi e poveri, è da vincere nei prossimi anni venturi. A questo titolo le Nazioni Unite, che si presentano nel sito come ‘il vostro mondo’ hanno da tempo fissato l’obiettivo numero uno. Dimezzare, tra il 1990 e il 2015, la proporzione della popolazione il cui reddito pro capite è inferiore a 1, 25 dollari al giorno. A questo apparentemente lodevole principio è invece corrisposta una crescita della ricchezza e delle disuguaglianze. Lo scarto tra i più ricchi e i più poveri, tanto al Nord come al Sud del mondo, è ormai un abisso. La lotta alla povertà si è trasformata in fretta fin dall’inizio in lotta contro i poveri.

Per esempio contro le migrazioni, vera e propria strategia di ‘distrazione di massa’. Operazione che mira a dirottare lo sguardo su migranti ‘irregolari’ invece che sull’economia al servizio dei pochi ricchi. O allora contro i contadini a conduzione famigliare della terra. Oppure con la rapina delle risorse principali dell’arco saheliano che vanno dalla pesca della costa atlantica ai minerali dell’interno. Nel nostro contesto neppure il sostegno a dittatori e profittatori del popolo è innocente. Si tratta, in tutta neocoloniale semplicità, di garantire la perennità dello spogliamento di quanto possa ostacolare la libera espropriazione delle forme di resistenza all’occupazione. La guerra più pericolosa è senz’altro quella culturale la cui vittima principale è l’immaginario simbolico dei popoli del Sahel. La riduzione e la conseguente ‘assunzione’ delle persone a vittime della povertà, in perenne bisogno di soccorso, è quanto di più nefasto possa accadere alla dignità umana.

Non bastasse le Nazioni Unite e la coorte umanitaria hanno riconfermato l’obiettivo citato, innalzando il minimo vitale a testa a 1, 90 dollari. Statisticamente i poveri sono determinati e contabilizzati a 783 milioni. Dinnanzi a tale operazione, che durerà a tempo indeterminato, non resta che l’altra opzione che il Sahel ha già iniziato a proporre. Invece della lotta alla povertà dichiariamo che l’obiettivo per il prossimo decennio sia la lotta alla ricchezza. Una lotta impari, conseguente e simultanea, al Sud come al Nord, che possa con determinazione ridurre della metà la ricchezza della popolazione del mondo. Il decennio in questione, che verrebbe lanciato con una semplice cerimonia sotto l’albero del millennio,un baobab, non avrebbe bisogno di molti mezzi per affermarsi. Le prime unità di sensibilizzazione hanno da tempo cominciato a realizzare progetti dove più forte è il tasso di ricchezza. Malgrado le difficoltà e gli ostacoli incontrati nel percorso e sul posto il progetto avanza.

Ridurre la ricchezza non solo è possibile ma anche urgente. Per salvare il pianeta dagli interminabili e inutili incontri sul clima, sugli aggiustamenti strutturali e sul commercio mondiale. Con altre parole e con lo stesso contenuto, ancora recentemente e tra gli altri, papa Francesco è tornato sull’idea. Ha prima denunciato il banchettare di pochi davanti alla mancanza di pane dei molti altri. Ha infine opposto ‘l’avidità e l’insaziabile voracità di coloro che ammassano cose per dare senso alla vita’ alla capacità di condividere il poco che si ha. Non casualmente è arrivato dalla ‘fine del mondo’. E’ lo stesso progetto che, con altre parole il Sahel ha fatto suo. Qui si vive di poco e il poco condiviso diventa ricchezza per tanti. La ricchezza per pochi è un furto mondiale da bannire. A questo titolo il decennio di riduzione della ricchezza si presenta come l’unica opzione umanitaria che valga la pena di perseguire con coerenza. Ovviamente le agenzie onusiane e umanitarie saranno chiamate ad operare con fermezza perchè la ricchezza nel mondo finalmente diminuisca.

Mauro Armanino, Niamey, fine del 2018

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email del 15.12.2018  da p. Mauro Armanino, Niamey

Una medaglia di Sabbia per il Niger

La seconda medaglia storica ai giochi olimpici di Rio del 2016 è d’argento. In continuità con la lotta tradizionale nigerina il giovane Alfaga Abdoulrazak è arrivato in finale nella specialità di taekwondo. Si è guadagnato l’argento e meritatamente gli onori di casa. E’ diventato da allora un modello per i giovani nigerini, abituati a vedere il proprio Paese in fondo alle altre classifiche. Per esempio l’indice sullo sviluppo umano che ci conferma in un discutibile ultimo posto nella lista dei paesi esaminati. C’è invece un primato di cui andiamo fieri e che portiamo con dignità. Con un’ètà media di 15, 4 anni siamo il più giovane paese del mondo. A titolo di illustrazione potremmo ricordare che in Italia, uno dei paesi più vecchi, la media di età è di circa 45,5 anni. I nostri, qui, sono anni spuntati da poco, da quindicenni appunto. Anni verificabili sulle strade, nelle campagne e soprattutto nei reparti di maternità. Portiamo con onore la medaglia di sabbia.

Il primo ad entrare nella leggenda sportiva del Niger è stato un pugile che ha guadagnato la medaglia di bronzo. Si tratta di Issaka Daboré che l’aveva ricevuta nel lontano 1972, ai giochi olimpici di Monaco in Germania. Dopo il bronzo c’è stato l’argento del giovane Abdoulrazake. Festeggiamo adesso ciò che ci compete d’ufficio, una medaglia di sabbia tutta per noi, il Paese più adolescente del mondo. Ci perdonerete se facciamo confusione tra regolare o irregolare, tra certificati di nascita e visa turistico. Per i numerosi colpi di stato, per le eccezioni alla carta costituzionle e ai progetti di sviluppo che non arrivano mai a buon fine. Abbiamo dalla nostra parte l’adolescenza, la prima giovinezza e l’infanzia che ci accompagna. Non ci sogneremmo mai di competere con voi in altri ambiti ben più importanti. Alla vostra ètà si presume un saggezza che non abbiamo. Per esempio fare armi sofisticate, banche virtuali, speculazioni finanziarie, muri di cinta e ponti levatoi tra un mare e l’altro. E non è finita qui. Dopo 45 anni di media avete paura di vivere invece di rischiare come da noi.

C’è chi è ancora più piccolo di noi. La bimba quatemalteca che, dopo non aver mangiato e bevuto per alcuni gioni, è morta disidratata prima di raggiungere l’ospedale. Lei aveva sette anni di età e appena passato l’ultima frontiera della vita con suo padre e altri migranti come lui. Un lungo viaggio senza ritorno dal suo Paese all’Altro. Quello dove le frontiere sono armate, assediate e studiate perchè le bambine come lei non arrivino mai a destinazione. Sette anni sono pochi, soprattutto per chi possiede una media di età che si avvicina ai cinquanta. La piccola è più vicina alla nostra media, appena quindici anni e tutta una vita davanti. Ecco perchè, in definitiva, cominciamo a pensare che la saggezza non dipende dall’età, ma dal luogo di nascita. C’è chi a sette anni è molto più maturo di chi ha una media di età che supera i quarantacinque anni. Pochi di voi, possiamo supporre, mai non hanno mangiato e bevuto per alcuni giorni. Meno ancora coloro che hanno passato illegalmente le frontiere. La saggezza della piccola non è bastata a salvarla. Vorremmo dunque dare a lei, la piccola quatemalteca di sette anni, la medaglia di sabbia a cui tenevamo tanto. Come un fiore tra i capelli.

 

Mauro Armanino, Niamey, dicembre 2018

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email del 08.12.2018  da p. Mauro Armanino, Niamey

                             Sicure, ordinate e regolate. Le migrazioni dei figli di sabbia del Sahel

Il patto globale pensato per le migrazioni le vuole proprio così. Sicure, ordinate e soprattutto regolate. La dottrina dell’OIM è stata dunque fatta propria dalle Nazioni Unite e da buona parte dei Paesi che l’hanno assunta. Si presenta così la migrazione che si vuole imporre per i figli di sabbia del Sahel come altrove nel sud del mondo. La sicurezza che a noi interessa è quella alimentare, quella di curarsi quando malati e quella di pagare l’affitto a fine mese. Ci preme la sicurezza che i figli possano terminare l’anno scolastico e che le pioggie arrivino puntuali all’appuntamento desiderato. Ci affascina la sicurezza che dovrebbe accompagnare chi ha scelto di viaggiare. Per chi osa tradurre la mobilità in frontiere che si trasformano in passerelle strada facendo. La sicurezza che imponete è diventata appannaggio, qui come nel nord del mondo, dei militari e delle ditte che ne hanno fatto uno dei business tra i più lucrativi. Se migrazioni sicure significa per voi migrazioni scelte allora non è evitabile la domanda a chi appartenga il diritto di scegliere. Noi vorremmo essere sicuri di arrivare a destinazione e di essere trattati come soggetti di diritti umani. Vorremmo da voi la sicurezza di non essere detenuti e poi rispediti di forza alla sabbia da cui veniamo.

Quanto poi ad essere ordinate, le migrazioni che esigete, ciò suona come un’illusione di cattivo gusto. Fate di tutto per sregolare l’economia, la politica, il commercio, la cultura, la democrazia, i nascituri e il clima. Avete colonizzato una parte del mondo e con la globalizzazione, da voi gestita e imposta, la perpetuate a piacimento. Avete fatto di tutto per ‘disordinare’ il mondo e con le migrazioni, invece, vorreste ordinarlo. L’unico ordine che vi interessa è quello che mantiene le cose come stanno e che il mondo, così com’è, non si cambi affatto. Chiunque osi mettere in discussione il disordine che avete volutamente creato è tacciato di ribelle, sovversivo e terrorista. Siete riusciti a fare dei migranti dei criminali che infrangono, con vostro disappunto, il mondo che la disuguaglianza voluta rende funzionale ai vostri interessi di classe. Il vostro ordine non ci riguarda e le migrazioni non saranno mai assimilate ai vostri progetti. Ci arroghiamo il diritto di ‘disordinare’ le vostre arroganti pretese di conservazione dei privilegi. L’ordine che proponete si trova coerentemente realizzato nei campi di detenzione dei sogni più belli che la nostra epoca abbia mai prodotto.

Se intendete, infine, patteggiare la regolarità delle migrazioni con la nostra dignità allora vi sbagliate. Non riuscirete mai a modellarci secondo i vostri sistemi di omologazione economica. Ci avete definito dapprima clandestini e in seguito ‘illegali’, occultando che queste parole non sono che il frutto delle vostre scelte politiche e soprattutto etiche. La regolarità che preconizzate è quella dei cimiteri e dei supermercati che sono ormai le vostre cattedrali preferite. Preferiamo ancora la nostra vecchia e cara sabbia, così fedele a se stessa perchè irregolare come le stagioni del Sahel. La vostra regolarità invece non ci interessa. Ripetete la stessa storia da anni, fabbricate armi, guerre e paci senza pudore e poi arrivate come gli angeli custodi dell’armonia universale quando Natale si avvicina. Utilizzate i droni armati per regolare a modo vostro le contese e se questo non bastasse costruite muri che terranno lontano coloro che non si riconoscono nel vostro mondo. Perchè mai dovremmo adeguarci alle vostre regole, dittature mascherate dell’unico pensiero che ancora vi interessi. Le merci da produrre, vendere e poi buttare dopo l’uso, esattamente come per i migranti. Non ci farete mai a vostra immagine e somiglianza, lo sapete bene. Siamo fedeli alla sabbia di cui siamo fieri di essere  figli.

Mauro Armanino, Niamey, dicembre 2018

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email del 01.12.2018  da p. Mauro Armanino, Niamey 

Parole di sabbia nel Sahel. Dove nasce la violenza e la salvezza

Sono loro i primi ostaggi. Le parole, voglio dire. Portate via, rapite e prese in ostaggio in cambio di denaro e potere. Perchè sono loro, le parole, fatte di sabbia, che salveranno il mondo. Oppure lo perderanno come si fa sacrificando gli amici più cari al dio ben conosciuto che, nel Sahel come nel resto del mondo, governa e chiede quotidiani sacrifici umani. Nel nostro Niger, assediato dall’interno e dall’esterno, la gente sparisce senza lasciare traccia, come le parole. Sono state abbandonate come inutili appendici nelle mani dei religiosi, dei commercianti e dei politici di turno. Lasciate intristire nei rapporti degli esperti e degli intellettuali che, ormai da tempo, ne hanno dimenticato e poi smarrito la pericolosità. Perchè all’inizio c’è la parola e subito accanto la sabbia. Le due vanno insieme. Parole di sabbia che, tradite nel loro intimo, svuotate di senso, rubate ai poveri, si prendono la rivincita. Tutto quanto succede nel Sahel, allora come oggi, non è altro che la conseguenza della violenza operata sulle parole.Violentate e poi vendute come merce di scambio alle ideologie del mercato religioso, fiorente come non mai nei tempi di crisi. Scomparse le parole rimane la sabbia.

La violenza originaria, fontale, si esercita sulle parole. Manomesse, spostate a piacimento e il cui significato dipende da chi detiene il potere. Le tensioni comunitarie tra agricoltori e pastoralisti, stanziali e transumanti si è armata perchè chi ha interessi economici e dunque militari, ha sottratto la parola che umanizza il conflitto. Dove si arrestano le parole sono le armi a parlare il loro linguaggio di morte annunciata. La violenza che accompagna da anni i transiti migranti nel Sahel e nel Sahara è anzitutto quella della parola. Il nemico, il potenziale migrante (criminale), l’eretico, il non stanziale, l’avventuriero, l’inconsapevole dei rischi, il trasgressore di frontiere e di documenti è stato costruito dalle parole dell’occidente in questi anni. Sono passati tutti per confermarle col denaro in bocca. I dirigenti europei che, uno dopo l’altro, hanno difeso, minacciato, promesso aiuti perchè le loro parole trovassero complici autoctoni. E’ così è stato. La loro parola si è fatta sabbia e ha cominciato ad abitare tra di noi. Militari, strumenti di controllo, centri di libera detenzione e altrove di tortura hanno visto il giorno. Prima di essere trattati da criminali, i migranti, sono stati traditi dalle parole.

Accade lo stesso per le carestie, i progetti mai terminati, le promesse non compiute e i fondi per uno sviluppo compatibile con le esigenze umanitarie. Di quanto le parole possano diventare pericolosamente innoque è il sistema umanitario che ne rappresenta la parabola la più coerente e compiuta. Questo particolare mondo non potrebbe esistere e perpetuarsi senza il possesso sulle parole e la sua costante manipolazione. ‘Sviluppo, resilienza, capacitazioni, femminizzazione, promozione, aiuti, mercato e gestione delle crisi’. Queste ed altre sono le parole che tessono di sabbia i progetti integrati di rafforzamento del sistema di iniquità globale. La perfidia di questa quasi intoccabile parte di mondo si organizza attorno a queste ed altre parole, svuotate di storie, di volti e di sofferenze. Il vuoto è riempito dalla sabbia che, nella maggior parte di questi progetti, è la maestra assoluta del loro destino. La parola è stata espropriata di ogni rilevanza politica e si è ridotta a dare le migliori garanzie al potere perchè nulla cambi della società così com’è concepita dai potenti. La realtà di oppressione e di lotta di classe all’origine dello sfacelo attuale, grazie alla confiscazione della parola, è ridotta a fenomeno naturale o al più accidentale. Una parola di sabbia umiliata.

Accade ancora, nella demografia nel Sahel, che la parola passi dal silenzio e poi al pianto di una nuova vita. La salvezza è un bambino che impara a pronunciare parole nuove e intanto gioca con la sabbia tra le mani.

 

Mauro Armanino, Niamey, dicembre 2018

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 email del 24.11.2018  da p. Mauro Armanino, Niamey 

                                                Delitto e castigo nel Sahel

Non da oggi è stato decretato come tale. Un delitto in piena regola, quasi perfetto non fosse per i sopravvissuti che scavano sentieri nel deserto. L’utopica idea di fare delle frontiere dei luoghi di transito per l’umana mobilità è ormai un atto tra i più sovversivi. Dichiarare che il mondo, così com’è pensato, non è che una serie di muri e fili spinati organizzati è inconcepibile. Muoversi, portandosi dietro radici nomadi, suona come un’eresia contemporanea. Il diritto di inventare la coniugazione del verbo viaggiare è insostenibile, se non si danno prima garanzie di lealtà al sistema. L’unico modello accettabile è quello del turista, che si sposta senza punto cambiare. Dal Messico all’Angola, dal Sahel al Mediterraneo, il delitto di volere un futuro differente è giudicato e poi condannato come sovversivo. Migrare è un crimine passibile delle pene previste e impreviste dalla legge.

I campi di detenzione amministrativa in Europa, poi tradotti in campi di tortura in Libia sono altrove adattati in case di transito e riparazione nel Niger. Il principio non cambia. Il delitto di mobilità va punito, in modo esemplare, simbolico e reale. L’impero al crepuscolo non sopporta l’arrivo dei ‘barbari’ che ne assediano i confini. La contaminazione sarebbe fatale perchè arriva da fuori del corpo sociale e senza nessun cordone sanitario. Il castigo si organizza anche tramite i progetti di sviluppo, fondamentante legati all’improbabile stabilizazione delle velleità mobili dei soggetti in cerca di giustizia sociale. Se poi si vuole definitivamente affossare lo spirito di novità latente dei disobbedienti sarà sufficiente fare appello alle Organizzazioni Non Governative. Il mondo umanitario avrà nel frattempo ricevuto le istruzioni necessarie per renderle non solo innoque ma funzionali al sistema.

Gli altri delitti sono ben noti. Osare rivendicare la parola e la dignità confiscata da parte di giovani, contadini e attivisti dei diritti umani è un’azione riprovevole. Organizzare un’informazione libera che provi ad illuminare la reltà è un’offesa al senso comune. Rifiutarsi di lasciarsi comprare dal mercato dell’impostura e dalla guerra senza fine risulta insopportabile per qualunque potere che si rispetti. Osare rivendicare il diritto alla sicurezza alimentare, all’educazione per tutti e ad una vita degna è considerato come un attentato all’ordine pubblico. Questi ed altri delitti sono punibili a termine di legge che, invece di proteggere i deboli, si è industriata per garantire i forti. Le prigioni di regime sono la punizione privilegiata e riconosciuta per questo tipo di efferati delitti. Ma il castigo peggiore consiste nella schiavitù volontaria e l’autocensura dei perpetratori. Il sistema allora ha vinto.

Non per molto tempo. Per chi sa profetizzare i muri sono già dipinti di fiori e i fili spinati utilizzati come stenditoi di biancheria. Il silenzio dei poveri è diventato una melodia di liberazione. In quel giorno, giustizia e pace si abbracciano sorridendo. Cominciando dal Sahel.

Mauro Armanino, Niamey, novembre 2018

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 email del 16.11.2018  da p. Mauro Armanino, Niamey 

                                    Giorni di sabbia. Ostaggi e scomparsi nel Sahel

Gli antichi avevano capito tutto. I giorni si misurano con la sabbia. Non c’è nulla di più naturale e consono che contare il tempo con la sabbia che scorre, come in una clessidra, dall’alto al basso. Col tempo si imparò ad usare l’acqua che, in modo più preciso, marcava le ore del giorno e della notte. La sabbia e l’acqua si assomigliano. In entrambi gli elementi la vita si nasconde e per momenti scompare alla vista dei più. Alcuni per qualche mese, altri per sempre. La sabbia del Sahel è fatta di giorni che scorrono dei quali si perde la memoria e nessun calendario ha saputo, finora, contarli.

Fanno 500, i giorni di sabbia per 39 persone, ragazze per la più parte, rapite nella regione di Diffa, nel sud-est del Niger, pure lui fatto di sabbia. Quasi tutte avevano meno di vent’anni dal giorno della sparizione, il 2 luglio del 2017. Oltre un anno senza notizie apprezzabili e con la consueta fedeltà è solo la sabbia che continua a scorrere e contare le ore e i mesi di assenza dal villaggio di Ngalewa. Per l’amico missionario Pierluigi Maccalli sono giusto due i mesi che la sabbia ha messo da parte per abitudine. Anche in questo caso non c’è che lei, la sabbia, a rimanere come testimone del tempo.

Nel Sahel abbiamo tutti la stessa sabbia che seppellisce sommersi e salvati. Non ci fa mai mancare la sua sottile e pervasiva presenza. Potremmo sparire da un momento all’altro, inghiottiti dal mare di sabbia che non si stanca di contare. Dal 7 gennaio del 2016 una signora svizzera è scomparsa a Tombouctou nel Mali e ad aprile del 2015 è un agente di sicurezza di origine rumena ad essere rapito nel nord del Burkina Faso. Un anno dopo è la volta di un medico austriaco, preso con la sua signora poi liberata, nel nord-est del Paese dove operava da diversi anni. E la sabbia rimane a guardare.

Suor Gloria, di origine colombiana, è stata presa nel sud del Mali nel mese di febbraio del 2017. Ancora nel Mali Sophie, di nazionalità francese, è stata portata via da Gao, città dove viveva dal 2000. Nel Niger è un umanitario tedesco, operatore dell’ONG Help, ad essere preso in ostaggio l’11 aprile di quest’anno nei pressi della frontiera col Mali. Invece è nel mese di settembre scorso che tre persone, di cui due straniere, sono scomparse nel Burkina Faso. Entrambe lavoravano per conto di una miniera d’oro. La sabbia conta le ore, i giorni, le settimane e financo gli anni. La vita è un miscuglio di sabbia.

Il vento e la sabbia cospirano per passare il tempo coi viventi, scomparsi, ostaggi e cittadini del Sahel. Ecco perchè, in fondo, le sparizioni non ci stupiscono più di tanto. Anche i cittadini sono tra gli scomparsi del Paese. Viventi, presenti e scomparsi sono fatti della stessa sabbia che tutto livella e misura.Gli anni e i mesi sono come un giorno solo e non parliamo delle ore. Qui il tempo si misura sul presente e arrivare a domani potrebbe essere considerato un successo. Il vento, assieme alla sabbia fano in modo da sparigliare progetti, storie e parole. Pure queste ultime sono trafitte dalla sabbia.

Siamo da essa sedotti, abbandonati e infine salvati. Scomparsi da tempo nella sabbia, ostaggi della follia e del calcolo, rapiti dalla distratta e colpevole indifferenza del sistema globalizzato. Cittadini come mercanzia da scartare dopo le rituali elezioni cofinanziate dalla comunità internazionale. Inghiottiti da sabbia e silenzio prima ancora di essere portati via a scopo di lucro e intimidazione. Nel Sahel i primi a scomparire sono i comuni cittadini, i contadini e i bambini di strada. Sono questi ultimi  che portano in giro i ciechi per mano e, a loro nome, mendicano ai crocevia. Invisibili ai più.

La sabbia da sola non farebbe nulla senza il vento. E’ lui che porta lontano ostaggi, scomparsi e giorni da contare che non passano mai. La sabbia li accarezza e li lusinga senza preoccuparsi di mantere le promesse. Tutti i cittadini del Sahel lo sanno a menadito. Non c’è vento che non porti la sua verità e insieme la sua menzogna . Ecco perchè hanno impara a fidarsi solo della sabbia, anche per contare i giorni.

Mauro Armanino, Niamey, novembre 2018

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   email del 9.11.2018  da p. Mauro Armanino, Niamey                    

        Fatimata ossia di nome Sara. Trasformazioni nel Sahel

E’ l’unica del suo gruppo famigliare ad aver cambiato di Dio. Fatimata è stata battezzata col nome di Sara perchè, così dice lei, Sara è all’origine di tutti i credenti. Arriva con la figlia Debora di due anni e cerca lavoro. Suo marito, di origine togolese, cristiano poi musulmano e infine cristiano, l’ha amato e assieme hanno tre figli. Marie, Jacqueline e la più piccola, Debora. Il papa, quando sarà il momento, avrà anche un maschio e allora vedranno come chiamarlo. L’hanno espulsa dal gruppo Soninké del Mali dove è originaria. Dice che nel suo gruppo le donne vanno velate fino agli ochi e di preferenza non lavorano fuori casa. Mai mangeranno in un piatto usato da un cristiano per non contaminarsi e, per loro, cambiare la fede è come una condanna a morte. Per questo Sara è scappata e dice che morire non le importa nulla: lei sa dove si trova la verità. Dice che è l’altro Dio che l’ha guarita dalle sue malattie. Ora cerca lavoro perchè il marito è disoccupato e hanno l’affitto da pagare. Lui faceva il fornaio e adesso si arrangia come può, con impieghi saltuari nella capitale del Niger.

Sara non è l’unica ad avere cambiato nome, credo e identità. Prendiamo ad esempio il Sahel. Se fossimo coerenti dovremmo chiamarlo in altro modo. Invece di riva o sponda, che è quanto il nome significa, è diventato un campo di battaglia dove c’è posto per tutti. Per tutti un posto tra i fili spinati delle agenzie onusiane delle città, coi battaglioni dei contingenti militari, sulle frontiere sempre più aguzze per i migranti e le autostrade di sabbia per droga, sigarette e gruppi armati. Questi ultimi cambiano nome, appartenenza, provenienza, affiliazione e generali. Non cambiano le strategie che usano la manipolazione religiosa per fini di lucro e di potere spicciolo che l’assenza di altri soggetti politici facilita. Si bruciano scuole, vengono minacciati gli insegnanti delle scuole di stato e ogni altra presenza che disturbi la pace djihadista è considerata nemica e dunque da eliminare. Il tutto condito con azioni miltari, progetti di sviluppo, fondi fiduciari, formazione del personale addetto al controllo della migrazione irregolare, visite di capi di delegazioni straniere e promesse di fondi per gestire l’ultima carestia in ordine di tempo.

Sara parla con dolcezza e non si lamenta di nulla. Vorrebbe un lavoro perchè il padre dei suoi figli è disoccupato da alcuni mesi. Sono arrivati a Niamey perchè la sua famiglia voleva metterla a morte come traditrice della patria religiosa. Non ha timore e sa che la sua vita è in buone mani. Si chiamava Fatimata e il nome della prima figlia, che si chiamava Myriam è cambiato in Marie. Questione di dettagli che hanno la loro importanza quando si vive in esilio e senza una terra propria da abitare. Lascia un numero di telefono che non funziona e spera un giorno di poter chiamare. Le basta la fede e dice che la forza di andare avanti non viene da lei. Quanto alla piccola Debora di due anni è sicura che da grande farà la profetessa nel Sahel e di sicuro le cose cominceranno a cambiare.

Il Sahel è un crocevia, ossia una via di croce che attraversa, solca e infine trasforma il deserto in una zona di caccia. I cercatori d’oro si moltiplicano e inseguono i cacciatori di frodo che imitano i gruppi ribelli a stampo mafioso che generano le risposte concertate dei militari governativi appoggiati dalle forze straniere. La mutevolezza del Sahel è solo apparente perchè non fa che riprodurre gli stessi meccanismi che organizzano il mondo. Interessi poco mascherati, incetta di risorse, neocolonizzazione dello spazio e soprattutto rapporti di subordinazione tra i centri e le periferie. Le resistenze si organizzano grazie al vento che tutto trasporta e racconta.

Fatimata è diventata Sara e accanto c’è Debora che farà la profetessa non appena ne avrà l’età. Sua madre, che non teme di morire, ne è convinta e così pure gli ostaggi di cui il Sahel si è fatto esperimentato specialista. Il Sahel è già, senza saperlo, una risurrezione di sabbia.

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email del 3.11.2018  da p. Mauro Armanino, Niamey

Un Paese in vendita. Il Niger nel mercato del Sahel

Vendiamo le migliori cipolle del Sahel. Per imparare a piangere più in fretta quando occorre. Vendiamo carne di ottima qualità, troppo cara per le famiglie povere dei quartieri della capitale Niamey. Nel mentre si progetta di costruire una delle macellerie con camere frigorifiche più importanti della regione. Vendiamo la sabbia a chiunque voglia installarsi, con garbo, nello spazio saheliano. Del vento neppure a parlarne: arriva gratuito e dunque si offre a prezzo scontato, secondo le circostanze. E’offerto a cittadini e residenti occasionali quasi a ogni stagione dell’anno. Il turismo, lui pure in vendita, è stato spazzato via dalla storia dei rapimenti di occidentali e dai gruppi armati del Nord del paese che della non pace hanno fatto il loro business.

Vendiamo migranti ai migliori acquirenti della piazza. Agenzie umanitarie, ONG improvvisate al momento, associazioni, club amatoriali, giornalisti d’inchiesta, ricercatori, antropologi, autisti, commercianti all’ingrosso e al dettaglio, militari e strateghi. Tutti in cerca di loro, meglio se irregolari, illegali e clandestini: saranno meglio apprezzati dal mercato. Gli specialisti di diritti umani, quelli per curare i traumi post migratori, gli addetti al rimpatrio, gli assistenti sociali, i salvatori del deserto col telefono giallo-sabbia e infine coloro che denunciano gli abusi nei campi di detenzioni. Ad ognuno il suo tornaconto e i fondi per alleviare le conseguenze delle politiche migratorie. Un mercato senza fine, se mettiamo insieme gli addetti ai controlli del territorio.

Vendiamo agli interessati la nostra posizione strategica. Nel cuore del Sahel, appena sotto la Libia contesa e divisa per convenienza, l’Algeria che deruba e espelle migranti, rifugiati e affini, e financo del Mali che è come l’autostrada della cocaina, delle armi e dei gruppi armati. La Nigeria che grazie a Boko Haram trova argomenti sempre attuali per aggiungere armi e capitali alle sue truppe. Il Burkina Faso che esporta il tradimento della rivoluzione e ai confini col Niger c’è una terra di nessuno da occupare. Gli esperti militari fanno incontri, piani, progetti e domandano finanziamenti per intervenire. Tanto finch’è c’è guerra c’è speranza che tutto cambi affinché tutto rimanga come prima. Siamo una garanzia di stabilità in un contesto friabile, minaccioso e dunque idoneo a rassicurare gli investitori occidentali e cinesi del Sahel.

Vendiamo con consumata perizia le nostre frontiere. Milioni di euro per formare i nostri addetti ai controlli. Ora si stanno organizzando persino strutture mobili che, nel deserto di sabbia e di sassi, potranno catalogare, individuare, classificare e schedare per sempre coloro che oseranno passare le frontiere senza il permesso di farlo. L’Olanda con 4 milioni di euro e la Germania con 6 hanno recentemente promesso di finanziare le compagnie mobili per il controllo delle frontiere (CMCF). La lotta alla criminalità e quella alla migrazione irregolare sono equiparati, assimilati e infine soldati. Il finanziamento del progetto si inscrive nel quadro delle azione dell’Unione Europea nel Niger come gesto politico ‘forte e inequivocabile’.

Vendiamo, infine, quello che mai dovremmo vendere. La dignità di un popolo di sabbia che meriterebbe ben altro che l’ultimo posto nell’indice di sviluppo umano. Vendiamo la politica, la sovranità, l’economia, la storia e il futuro dei figli nati in questa porzione di mondo. Vendiamo ciò per cui altri hanno dato la vita, per quanti hanno creduto in un Paese più eguale, per chi, anche solo per un stagione, ha sperato che la storia prendesse un’altra direzione. Vendiamo persino Dio a coloro che sono persuasi di sapere meglio di Lui cosa significhi essere credenti. Vendiamo ai commercianti di turno le parti migliori della Costituzione che riconosce in ogni cittadino il depositario della sovranità. Vendiamo, senza battere ciglio, quanto rimane della giustizia che una volta sembrava spuntare dalle indipendenze.

L’unica realtà che non si può vendere nel Paese è la sofferenza dei poveri perché non ha prezzo.

 

Mauro Armanino, Niamey, Novembre 2018

 

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email del 31.10.2018  da p. Mauro Armanino, Niamey

Bambini di sabbia e bambini dei fiordi

Ci sono 22 anni di differenza tra gli uni e gli altri. I bambini di sabbia, quelli nati nel Niger, si vedono 22 anni portati via dal vento. Quelli della Norvegia dei fiordi hanno in più gli anni che mancano a quelli del Sahel. Questione di fiordi e di approdi, che è ciò che il nome fiordo significa. Un braccio di mare che si insinua, talvolta per alcuni chilometri,nella costa. E anche per la scuola c’è differenza tra i due. I bambini dei fiordi vanno a scuola per almeno 12 anni e quelli di sabbia dieci in meno. Due anni di scuola in media, il resto si vedrà a suo tempo. Per i rispettivi genitori, infine, la differenza di reddito, monetizzata, è di 68 volte inferiore per i quelli di sabbia. Sono dati desunti dall’ultimo rapporto delle Nazioni Unite sullo sviluppo umano che, appunto, non tiene conto dei fiordi e meno della sabbia.

Uno scarto che somiglia ad un abisso se si pensa a cosa potrebbe accadere in 22 anni nella vita di un bambino di sabbia. Potrebbe crescere, passare l’infanzia dei giochi o delle miniere d’oro, di coltan o di diamanti per sopravvivere. Diventerebbe adolescente come bracciante nelle piantagioni di caffè o di cacao sulla costa atlantica. Oppure, in cambio, pastore transumante o contadino sedentario nella savana dove coltiverebbe ciò che le incerte pioggie si degnerebbero di far crescere. Vedrebbe la scuola da lontano e, nel caso abitasse in città, capirebbe in fretta la differenza tra le scuole di stato e quelle private. Le prime, un tempo considerate il modello da imitare, sono un cantiere in demolizione permanente a tutto beneficio delle seconde che prosperano in modo esponenziale.

22 anni, a ben pensarci, sono un’altra vita. Sogni, talenti, invenzioni, domande e follie, sono come mutilate dalla geografia e dalla politica che, senza giustificazione alcuna, si trovano a scegliere tra sabbia e fiordi. Sono giorni sciupati, parole non dette, lacrime e sorrisi perduti, sentieri non pecorsi e alberi non piantati. Tutto per via della sabbia che non ha nulla da spartire coi fiordi, incuneati nella costa per vari chilometri, fin dove il mare può arrivare a fecondare la terra. Nella sabbia non accade nulla, ci pensa il vento a sistemare il paesaggio e gli anni che assieme a lui vanno lontano. 22 messi in fila come migranti che, irregolari come la vita, sono obbligati a cambiare tracciato ogni volta e qualcuno si perde nel deserto, l’altro mare ma senza approdo.

I bambini di sabbia amerebbero fare tante cose. Avere amici e immaginare cosa farebbero da grandi solo dipendesse da loro. Un altro mondo col mare che arriva dappertutto e i pochi muri rimasti servirebbero solo per sostenere le finestre pitturate di fresco ogni mattina. Scaverebbero fossati attorno al deserto giusto per piantare alberi, fiori e parole inventate sul momento. Quelli di sabbia e quelli dei fiordi finirebbero per incontrarsi a metà strada e spartirebbero gli anni che ancora rimangono per imparare a diventare amici. Assieme farebbero una nuova costituzione che bandirebbe la guerra e le armi. Le banche diventerebbero laboratori di taglio e cucito oppure, a scelta, gelaterie per tutti i gusti. Entrambi insegneranno a contare fino a 22 ai loro figli e diranno loro che tutti avranno una vita con gli stessi anni. Arrivati ad una certa età potranno scegliere di sposarsi, quelli di sabbia e quelle dei fiordi. Il viaggio di nozze è offerto dal sindaco della città più vicina.

 

Mauro Armanino, Niamey, ottobre 2018

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email del 22.10.2018  da p. Mauro Armanino, Niamey

La croce di sabbia nel Sahel

Si sta spegnendo, nel caldo, questa giornata missionaria nel Niger. La prima e l’unica di Pierluigi Maccalli, portato via dalla sabbia oltre un mese fa e da mani, piedi e moto, ignare del mese missionario che si avvia con pazienza al termine. La prima passata in schiavitù e l’unica per il senso della missione che da questo giorno sgorga come uno dei pozzi che ha fatto scavare nei villaggi che conosceva a menadito.

La missione è una croce di sabbia. E’ quella croce che Pierluigi sta scavando dal 17 di settembre scorso, di giorno e soprattutto la sera. Il sole, stanco del viaggio e del calore parte per riposare e lascia alla luna il compito di attraversare la notte. Scava con le mani e soprattutto col la mente che vorrebbe trovarsi lontano, libera, per attraversare i sentieri e le piste in attesa di una buona notizia.

Invece è già sera, in questa stagione alle 19 è già buio e domani continua la settimana nell’attesa che cambi qualcosa o qualcuno. Non ricorda bene, forse, le date e lo scorrere del tempo. Lui la veglia missionaria l’ha vissuta coi custodi della sua prigionia, senza parole e senza altri testimoni. Lui solo, una veglia accanto alla croce che, nel frattempo, si fa più profonda col passare del vento. E poi, ignaro, la giornata missionaria.

Oggi, d’improvviso il ricordo e la certezza. Tutto quanto fatto e vissuto giusto una manciata di sabbia. Solo adesso, dal 17 settembre, è cominciata l’unica e la prima missione di Pierluigi. Scavando ogni giorno nella sabbia, una croce che si fa profonda e che assomiglia sempre più ad un solco. In quello si può seminare quello che non spuntava prima da nessuna parte. Adesso c’è una piantina spuntata proprio nel mezzo.

Versa sopra di lei qualche goccia d’acqua ogni giorno e la piantina cresce. Ormai ha più di un mese di vita e solo lui e pochi altri riescono a vederla. Tra una cosa e l’altra ne prende cura e le parla sottovoce, come ad una sorella. La giornata missionaria l’hanno passata assieme nel silenzio. Da domani il missionario continuerà a scavare la croce di sabbia e a custodire il tempo carezzando, con delicatezza, una piantina.

 

Mauro Armanino, Niamey, domenica delle missioni 2018

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email del 20.10.2018  da p. Mauro Armanino, Niamey 

                                               Impostori, complici e passanti nel Sahel

Tutta un’impostura. La Banca Mondiale, esperta e complice dell’impoverimento globale, stila rapporti fingendosi un organismo di beneficenza a cui stanno a cuore i poveri. L’ultimo suo rapporto sulla povertà non lascia alcun dubbio in proposito. Sui 27 Paesi che presentano il tasso di povertà più elevato nel mondo, 26 si trovano in Africa. L’Africa sub-sahariana, secondo il rapporto citato, concentra sul suo suolo, più della metà delle persone che vivono con meno di 1,90 dollari al giorno. Ciò significa, secondo la stessa fonte, che 413 milioni di persone su un totale di 736 milioni di poveri nel mondo, nel 2015, si trovano dalle nostre parti. Il Sahel, da par suo, contribuisce in modo ragguardevole al consolidamento della statistica citata. L’impostura e dunque la menzogna è duplice: nelle statistiche e nei politici di questa parte del mondo. Non si vive di moneta, i dollari come parametro assoluto del governo del mondo è un’impostura. La monetizzazione della povertà è funzionale alle statistiche e ai piani di diistruzione strutturale e sistematica delle economie locali. Non entra nel calcolo la solidarietà, la produzione e il consumo locale, la sobrietà di vita e la povertà che un tempo era ‘conviviale’ come ben ricordava Ivan Ilic, prima di diventare monetaria.

L’altra impostura è quella dei polici locali che delle apparenze fanno la poltica e della poltica un’apparenza. Somigliano a degli impostori che sulla menzogna fondano e perpetuano il loro potere. Si pavoneggiano in opere costose, destinate a infime minoranze di una classe abbiente. Vani concentrati di futilità ad uso e consumo di effimero prestigio. Nello sfondo si evidenzia il reato più grave che un politico possa perpetrare: il tradimento del popolo e cioè dei poveri che del popolo sono il volto. Coltivano i poveri per trarne argomenti utili per i Fondi di Sviluppo che della povertà hanno fato la loro ragione d’essere e d’operare. Peraltro non sono gli unici ad ambire a questo nome. L’impostura prende pure le strade del terrorismo permanente che, gemellato col banditismo, ha trovato proprio nel Sahel un terreno fecondo per radicarsi e prosperare. Decine di gruppi armati, frazionati, suddivisi e orchestrati per occupare territori, risorse, giovani e futuro ai quali la politica l’ha confiscato. Appaiono labili i confini tra rapimenti, commerci di droghe, armi, persone e frontiere. E allora si cerca di frenare l’esodo verso questi gruppi di affermazione sociale violenta con progetti di aiuto che evidenziano solo l’impotenza. Formazione professionale creazione di posti di lavoro per migliorare le prospettive di vita dei giovani. Dieci milioni di euro per i giovani di Diffa, nel Niger.

Quanto alla complicità e dunque ai complici, essa è trasversale. Da parte degli intellettuali che, ormai da tempo, hanno scelto di insabbiare la verità sotto una coltre di pavidità. Da parte di insegnanti, cercatori, giornalisti e attivisti, silenti per troppo tempo rispetto al tipo di visione sociale che si stava disegnando nel Sahel coi gruppi mal definiti ‘djihadisti’. Prediche nelle moschee, cassette, messaggi alle radio e televisioni locali e, prima di tutto interessi economico-religiosi delle correnti salafiste che l’Arabia Saudita ha foraggiato in tutti questi anni. Da parte dei politici, che hanno trescato per anni coi benefici economici delle monarchie del Golfo e i pellegrinaggi alla Mecca. La recente ed efferata uccisione del giornalista dissidente Jamal Khashoggi non è che un epifenomeno della strategia saudita. Il terrorismo, nel Sahel comme altrove, porta anche la sua marca. C’è un padre della violenza,neppure troppo nascosto, che ha generato un mostro in una spirale di sangue senza fine. Quante alle reazioni al delitto da parte di Paesi arabi, occidentali, africani e asiatici, sono inconsistenti perché il dio-denaro non esige giustificazioni ma solo sottomissioni.

I passanti sono, infine, quelli che guardano, osservano, transitano, fanno progetti e spariscono dopo qualche tempo. Ma soprattutto tacciono per non disturbare il conducente della nave di sabbia. Sono spettatori degli avvenimenti e cercano in fretta di passare ad altro più attraente dall’oblò dove si sono installati previa prenotazione. Rifuggono dalle domande impegnative e preferiscono le piccole certezze quotidiane della sopravvivenza di cui parla la Banca Mondial nel suo rapporto. Un dollaro e 90 al giorno per uscire infine dalla povertà.

 

Mauro Armanino, Niamey, ottobre 2018

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 email del 12.10.2018  da p. Mauro Armanino, Niamey          

     Così lontani, così vicini. I migranti come distrazione di massa nel Sahel

Il controllo della migrazione irregolare è solo un pretesto. L’inizio della presenza militare italiana nel Niger, al confine con la Libia è ormai, nel silenzio mediatico, solo una questione di tempo. L’operazione già concordata, decisa, sconfessata e infine approvata dalle due parti si farà . In ballo c’è ben altro che la lotta alla migrazione informale. Solo profittando della distanza e della nullità di notizie dal Sud del mondo si può pensare di far credere che il motivo sia la costruzione di una ragnatela che impedisca la mobilità della gente. In realtà c’è da credere che siano altre le ragioni che hanno spinto i politici nostrani a intraprendere questa avventura senza ritorno. Interessi strategici legati al petrolio e gas libici, l’esistenza in questa porzione del Sahel di risorse sfruttabili e soprattutto le geopolitiche delle potenze occidentali. Francia, Stati Uniti, Germania, Olanda, Inghilterra e Cina hanno militari, droni, aeroporti e zone riservate a loro. L’Italia non vuole essere da meno e, appunto, col la scusa delle migrazioni illegali, ritaglia la sua porzione d’Africa.

Immaginiamo per un attimo che siano le autorità nigerine, con tanto di militari opportunamente addestrati, a controllare le nostre frontiere divinamente disegnate. Mettiamo si tracci una linea divisione tra chi ha il diritto di viaggiare e chi, invece, è legato per sempre al sacro patrio suolo. Proviamo a pensare che, d’improvviso, l’Unione Africana decida il profilo degli stranieri occidentali degni di ottenere un titolo di soggiorno nel Continente. Figuriamoci appena lo scenario di cosa accadrebbe ci venissero dettate le politiche da applicare da esperti africani in visita regolare nelle principali capitali europee. Riconosciamo che sarebbe difficile anche solo concepire questa possibilità e, nel caso, le reazioni popolari di rigetto non tarderebbero a manifestarsi. Eppure questo e molto peggio è quanto sta accadendo in questa porzione di mondo chiamato Sahel, riva che si affaccia sull’altra che si allontana ogni giorno di più. Siamo vicini e lontani insieme. Tutto ci separa eppure tutto ci unisce. Deserto e mare nascondono gli stessi cimiteri.

Basta osservare la continuità delle politiche di controllo europeo sulla mobilità degli africani dell’Africa del Nord e subsahariana. Uno dei diritti fondamentali riconosciuto dalla dichiarazione universale del 1948 è quello della mobilità. La possibilità di lasciare il proprio Paese e di ritornarvi appare come una conseguenza elementare della dignità umana. Ciò implica la costruzione di una storia diversa da quella ereditata dal luogo o dalle circostanze mutevoli della vita. L’Europa questo lo sa e solo una straordinaria amnesia può cancellare e poi travisare quanto accaduto nell’epoca della grandi migrazioni continentali. Milioni di europei, poveri per la maggior parte, hanno cercato e trovato un futuro differente altrove che nel loro Paese di origine. Invece l’Europa, l’Occidente e chi ha potere economico, ha creato un pensiero, un linguaggo, una narrazione unica della storia che implica l’esclusione di coloro che sono stimati indesiderabili. Si sono create leggi, inventato frontiere di sana pianta, formato addetti al controllo e alla repressione del diritto umano ala mobilità.

Si è formato un grande business che accompagna le politiche migratorie. Ciò che accade da diversi anni nel Sahel e dintorni non è altro che una recolonizzazione dello spazio, delle politiche e delle risorse in esso contenuto. Il controllo delle migrazioni è dunque un’arma di distrazione di massa. In realtà ciò che si vuole controllare e ‘disciplinare’ sono i corpi di coloro che potrebbero tentare di sovvertire la realtà così come ereditata dal sistema di apartheid globale. Chi vuole lottare per non scomparire nell’invisibilità è criminalizzato come pericoloso per il disordine mondiale che il sistema perpetua e rafforza. Nella storia umana, infatti, non c’è nulla di più rivoluzionario della sabbia che fa inceppare i meccanismi che vorrebbero riprodurla così come si presenta. I migranti nascondono una manciata di sabbia in tasca.

 

Mauro Armanino, Niamey, ottobre 2018

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email del 06.10.2018  da p. Mauro Armanino, Niamey

Il premio Nobel attribuito al Sahel

Quello della letteratura è stato annullato per corruzione.Gli altri Nobel, invece, hanno premiato, come di consueto, coloro che hanno apportato ‘notabili benefici all’umanità nel suo insieme’. Dopo quello della chimica e quello della letteratura, sospeso a tempo indeterminato, è stata la volta del Nobel della pace. Beninteso queste attribuzioni non sono da prendere troppo sul serio. Basti pensare alle scelte, dettate dalle geopolitiche, che confermano e rafforzano i poteri del momento. Esattamente come la Corte Penale Internazionale, strumento ideologico per eliminare personaggi scomodi sullo scacchiere politico regionale. Vero che a volte si fa del proprio meglio per riesumare valori che ancora si ritengono umani. E’ il caso del menzionato Nobel per la pace che ha premiato chi lotta a suo modo contro la violenza fatta alle donne. Denis Mukwege, dottore che ‘ripara’ le donne che hanno sofferto violenza carnale e l’attivista yazida Nadia Mourad, che ha sofferto in prima persona anni di schiavitù sessuale da parte dei membri di Daesh.

Il Nobel del Sahel è passato sotto silenzio perché è di sabbia. Un Nobel riconosciuto per i meriti accumulati sul campo dello sviluppo umano mancato. Questo Nobel il Sahel lo ritiene come acquisito anche senza una giuria che lo valuti. Va da sé come un’evidenza. Il Sahel si conferma un reale paradiso che evidenzia la funzionalità delle crisi all’aiuto umanitario e dell’aiuto umanitario alle crisi. Siamo tra coloro che apportano ‘notabili benefici alla causa umanitaria nel suo insieme’. Produciamo sfollati, rifugiati, ostaggi, clandestini, frontiere e gruppi armati. Invitiamo al contempo ad operare coloro che, in questi differenti campi, apportano soluzioni e altri problemi. Il nostro Nobel è di sabbia, come si conviene allo spazio che abbiamo organizzato così perché chiunque lo voglia qui si trovi bene. Persino i droni armati, ultimi arrivati nella fiera armata di gruppi, sottogruppi eforze regolari, si trovano a casa loro e hanno un aeroporto a parte, circondato da fili spinati di sabbia. La guerra non avrà fine finchè ci saranno loro ad operare.

Il Nobel ha cominciato ad essere funzionante nel 1901 ed è solo adesso, ad oltre un secolo di distanza, che ci è accorti di noi. Nobel e Sahel hanno in comune la sabbia. Entrambi frutto di compromessi, interessi e cioè di commerci transfrontalieri. I Nobel premiano infatti le invenzioni, le scoperte e in genere quanto può arricchire le conoscenze umane in particolare per l’opera in favore della pace. Questo ed altro lo si trova nel Sahel. Inventiamo malattie altrove scomparse o mai esistite e, senza darlo a vedere, scopriamo quanto può arricchire le agenzie umanitarie e le organizzazioni non governative, nazionali e soprattutto internazionali. D’altra parte chi ha istituito e dato il nome al Nobel, lo stesso Alfred Nobel, ha prima inventato la dinamite e la balistite, polvere che non fa fumo per l’esplosione. Qui da noi, invece di fumo c’è polvere in quantità e gli esplosivi, di fattura artigianale, sono posti ai bordi delle strade nel caso passino convogli militari. Dunque il Nobel in questione è nato anch’esso come una forma di riparazione per i danni creati dagli esplosivi.

La Fondazione Nobel gestisce il progetto e fu voluta da Nobel attraverso quanto previsto dal suo testamento che data del 1895. A metà del Novecento la Banca di Svezia decise di istituire il riconoscimento per l’economia, cosa non prevista dal testamento citato. Il Nobel per la pace è consegnato ad Oslo, in Norvegia. Il Nobel di sabbia non trova un luogo fisso di consegna perché nel Sahel, a parte l’immutabilità del fiume Niger, delle miniere di oro, uranio, carbone, gas, petrolio, e dei politici, il resto va via col vento. Forse è anche per questo che diventa problematico attribuircelo. Cambiano i paesaggi e dove prima si trovavano città e imperi si trovano adesso operazioni militari che di loro portano i nomi. Le vie carovaniere di un tempo,  portatrici di ricchezza e novità, sono controllate da gendarmi in cerca di migranti definiti irregolari dalle agenzie di pesca. Il Sahel si propone per un Nobel di sabbia alla memoria di coloro che, dalla sabbia, sono stati incoronati per sempre.

 

Mauro Armanino, Niamey, ottobre 2018

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 email del 29.09.2018  da p. Mauro Armanino, Niamey

                       Il numero che avete chiamato non è disponibile. Moov nel Sahel

Una voce di donna risponde esattamente così. Dopo aver composto il numero dell’amico ostaggio la voce di donna aggiunge che la chiamata sarà notificata. E’ dal passato lunedì 17 settembre alle 22 ora locale che  si ripete la stessa risposta automatica femminile. Si tratta della compagnia telefonica Moov, attiva, assieme ad altre nel Niger e dintorni. Come altre fa promozioni di vendita e promette abbuoni ogni martedì e venerdì. Solo che il cliente è stato preso come ostaggio un lunedì, nessun premio, abbuono o sconto. In questo Moov, nella sua pubblicità, aveva visto giusto. Moov No Limit, si erano definiti, senza limiti. Nel nostro Sahel, da tempo ormai, i limiti sono stati superati . Traffici, commerci, terrorismo, bande armate dal sapore ‘comunitario-etnico’e risposte ancora più armate. E, infine, la definizione di criminali attribuita ai migranti irregolari, illegali, clandestini e dunque da insabbiare da qualche parte nella storia odierna del Sahel. Il numero che avete chiamato non è disponibile. La vostra chiamata sarà notificata, conclude la voce di donna con la stessa convinzione. Il numero chiamato non è disponibile da quasi due settimane.

No limit, senza limiti. Eppure la penetrazione della telefonia mobile è passata al 45, 54 per cento nel 2017, contro il 38, 63 per cento del 2016. Moov, compagnia dell’’Arabia Saudita opera in vari Paesi dell’Africa Occidentale e Centrale. Il Benin, Il Burkina, la Costa d’Avorio, il Gabon, La Repubblica Centrafricana, il Togo e il Niger. Non è bastato ciò per raggiungere l’ostaggio, malgrado un’antenna che la compagnia Moov avec installato proprio nel villaggio di Bomoanga. Infatti è stato possibile comunicare, in tempo reale, il rapimento del missionario, ad amici e autorità. A volte, dunque riemergono i ‘limiti’, proprio quando non si vorrebbe ci fossero. Oggigiorno la comunicazione è necessaria e in particolare nelle zone lontane dalla città e poco servite da strade accettabili, specie nella stagione delle pioggie. Il cellulare unisce, lega, permette cose impensabili fino a pochi anni fa. Tutto ciò non è bastato. Preso assieme al cellulare che per qualche momento ancora lo rendeva accessibile a vicini e lontano. Una bella invenzione il telefono, non c’è dubbio. La risposta automatica ha cominciato subito dopo e non si è ancora fermata. Il numero che avete chiamato non è disponibile.

Passano i giorni e la voce non cambia, reitera lo stesso principio e promette che la chiamata sarà notificata. C’è da supporre che la persona cercata sia opportunamente informata delle chiamate. Le quattro compagnie telefoniche operanti nel Niger, almeno in questo, fanno la stessa politica. Orange, Airtel, Niger Telecom e Moov coprono almeno una parte dell’immenso territorio desertico del Niger. Si sa che poi basta poco, per interrompere la comunicazione. Un guasto, la batteria scarica, un furto e, più semplice ancora l’abbandono del cellulare. Questo, la donna della risposta automatica non lo sa e forse eppure le interessa. La chiamata sarà comunque notificata e questo dovrebbe bastare anche al cliente più esigente. Di colpo la voce di ritorno sparisce, non c’è risposta umana. Neppure lo squillo di chamata esiste più. Il silenzio, doveroso e ancora più sincero, lascia il posto ad una voce registrata in francese e poi in inglese, lingua franca universale. La registrazione femminile continua insinuando che è del tutto possibile lasciare un messaggio vocale, solo dopo il segnale acustico. Difficile credere che, in queste condizioni di cattività, il cliente sia lasciato libero di ricevere messaggi vocali degni di questo nome. Di gran lunga meglio il silenzio.

Il numero non è disponibile perché il proprietario del numero, opportunamente registrato per motivi di sicurezza, è assente. Chiamate in assenza, lasciare un messaggio, le notificazioni cadono nel vuoto e così i messaggi vocali. Le tecnologie più sofisticate naufragano nell’inedito rapimento di colui a cui il numero era stato affidato per comunicarsi. Moov non ha limiti prevedibili ma si trova ad agire con le risposte automatiche, preconfezionate in tempi normali. Da due settimane ormai il numero ha cessato di funzionare e il telefono, con pazienza, si trasforma in una colomba.

Mauro Armanino, Niamey, settembre 2018

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email del 22.09.2018  da p. Mauro Armanino, Niamey

     Ostaggio della missione. Pierluigi in mano ai rapitori di speranza nel Niger

 

Era tornato da una settimana dall’Italia. Pierluigi Maccalli era da tempo ostaggio del popolo gourmanché di questa porzione del Niger. Il villaggio dove operava dal 2007, Bomoanga, non è menzionato dalla cartine geografiche della regione. ‘Case sparse’, così possono essere definiti i pochi cortili di case di terra che osservano la missione dove abitava fino a lunedì scorso, il 17 settembre fino alle 22 ora locale.

Ostaggio della missione che ha vissuto prima in Costa d’Avorio, in Italia per la ‘ri-animazione’ missionaria e poi nel Niger fino ad oggi. I contadini, invisibili ai più, di origine frontaliera, in parte aperti all’annuncio evangelico, sono i fattori che lo hanno legato a questa terra di sabbia. Lo diceva fin dall’inizio: in questa missione bisogna ‘durare’, se si vogliono cogliere frutti un giorno.

Il primo frutto è lui. Colto in camera, aperta 24 ora al giorno, per accogliere visite, ammalati e bisognosi di aiuto. Non era strano che quella notte qualcuno bussasse all sua porta e che lui aprisse senza alcuna remora malgrado le tensioni esistenti nella zona. Si sapeva che gruppi armati si erano installati e ammonestavano la gente del posto, impreparata alle vicende legate al terrorismo.

Fatalismo, distrazione, abitudine alla sofferenza e altri fattori rendono i contadini diffidenti e ancora più chiusi del solito. C’erano da qualche tempo gruppi di autodifesa, nati per contrastare la criminalità locale, ma nessuno immagina che una cosa lontana come il djihadismo possa infiltrarsi tra loro. Pierluigi era appena tornato e sapeva vagamente quanto stava accadendo nella zona. Si sentiva come a casa sua.

Si confermasse il rapimento nel tempo, si tratterebbe dell’ottavo ostaggio che il Sahel custodisce tra le sue sabbie mobili. L’ultimo in ordine di tempo è un operatore umanitario tedesco, rapito lo scorso aprile al confine col Mali, nella stessa grande zona dove operano i gruppi armati. Pierluigi si sentiva ostaggio della sua gente. Dei bambini ammalati che conduceva quindicinalmente in città e di quelli con problemi di cibo.

Ha organizzato evacuazioni internazionali per far operare quanti non potevano farlo sul posto. Ma era anche ostaggio dei giovani, degli adulti, delle famiglie, che da tempo aveva cominciato a riunire e accompagnare. Poi aveva costruito la ‘basilica’ come la chiamava lui. Giustificava questa appellazioen perché era la chiesa dei poveri, i veri re della sua vita e allora la chiesa era la ‘basilica’ dei poveri.

C’è dunque continuità tra le due situazioni. Già lui era ostaggio e adesso ciò lo si capisce ancora di più. Perchè, in fondo, la missione non è altro che diventare ostaggi dei poveri e del vangelo. Proprio come ha fatto il Dio che aveva preso a ostaggio Pierluigi. La speranza si può forse rapire, portare altrove, imprigionare o abbandonare. Non più e non meno di tre giorni.

Mauro Armanino, Niamey, settembre 018